Tante risate e lunghi applausi per la compagnia teatrale “Giovanni Vercillo”, andata in scena con “E se poi è vero?”

Tante risate e lunghi applausi per la compagnia teatrale “Giovanni Vercillo”, andata in scena con “E se poi è vero?”

Prosegue al teatro Grandinetti di Lamezia Terme la stagione teatrale Vacantiandu, realizzata dall’associazione I Vacantusi in collaborazione con FITA e con la direzione artistica di Nico Morelli e Diego Ruiz: nella serata del 10 aprile platea gremita per la commedia in vernacolo lametino “E se poi è vero?”, liberamente ispirata a “Non è vero… Ma ci credo” del grande Peppino De Filippo e portata in scena dalla compagnia teatrale “Giovanni Vercillo”, nata nella parrocchia di San Francesco di Sambiase e formata da Raffaele Paonessa (anche regista), Biagio Colacino, Giovanni Paolo d’Ippolito, Lidia Macrì, Gianluca Muraca, Giuseppe Persico e Francesca Scarpino e Luisa Vaccaro. Da non dimenticare, infine, è l’imprescindibile contributo del tecnico audio e luci, Gennaro Guadagnuolo.

Presenza costante all’interno dell’intera vicenda è la superstizione, vera e propria ossessione del protagonista, Don Vincenzo, proprietario di una fabbrica di conserve che vive ogni attimo della sua esistenza perseguitato dallo spettro della sfortuna. Talmente radicata è la scaramanzia nel suo modus vivendi quotidiano, che nella sua azienda è vietato fare affari nel “giorno che sta in mezzo fra giovedì e sabato”, il venerdì, così spaventoso da essere bandito dalle parole pronunciabili, insieme al nome di Malgurio (quando si dice nomen omen!), un suo impiegato, colpevole secondo lui di essere portatore di sventure, e che per questo ad un certo punto viene licenziato. A presentarsi nel suo ufficio, sperando di poter sostituire Malgurio, è un giovane di nome Alberto Sammaria, che immediatamente cattura l’attenzione per il suo “cùascinu”, la sua gobba, nella cultura popolare associata a fortuna e prosperità, e che per questo motivo viene assunto subito. Tale scelta si rivela sin da subito azzeccata: da quel momento in poi, in effetti, tutto sembra volgere per il meglio.

Ma l’entusiasmo di Don Vincenzo sembra infrangersi nel momento in cui Sammaria, dopo qualche tempo, lo informa del fatto che presto lascerà il posto perché invaghitosi di sua figlia Rosina, già innamorata di un altro giovane, peraltro assolutamente malvisto dal padre. Don Vincenzo, però, non disposto a fare a meno della sua rassicurante presenza perché terrorizzato dal pericolo di vedersi risucchiato nel tunnel della mala sorte, convince sua figlia a sposarlo.

Il giorno del matrimonio, reduce da incubi terribili e pentito di aver rovinato la vita di Rosina a causa della sua “stupida fissazione”, sarà messo di fronte ad un fatto decisamente inaspettato. Una rivelazione che per Don Vincenzo rappresenterà il crollo di ogni sua certezza: la superstizione che lo aveva da sempre ossessionato non ha forse mai avuto alcun fondamento? Ciò non basterà però a fargli cambiare idea fino in fondo, perché sì, probabilmente tutte le sue profonde convinzioni relative alla fortuna e alla sfortuna sono sempre state errate, ma la certezza assoluta che sia così chi può averla?

La briosa compagnia teatrale Giovanni Vercillo si è meritata lunghi e scroscianti applausi per aver portato in scena uno spettacolo spassosissimo, frutto di un non facile ma assolutamente ben riuscito riadattamento di un capolavoro di De Filippo, regalando al numerosissimo pubblico la possibilità di ridere di gusto grazie ad una comicità che è resa ancor più genuina dall’uso del vernacolo lametino e dall’ambientazione nei luoghi vissuti quotidianamente. D’altronde, chi di noi non si è sentito, almeno una volta nella vita, Don Vincenzo? Perché, si sa, la superstizione è legata a sciocche e irrazionali credenze popolari, però, insomma, “e se poi è vero?”.

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