Il paesaggio del grano e l’importanza della memoria

Il paesaggio del grano e l’importanza della memoria

Di Francesco Bevilacqua

Zia Lisa mi osserva curiosa, dall’alto dei suoi ottanta e passa. Vuol capire perché quel cittadino abbigliato stranamente sia venuto fin quassù: lei in costume da pacchiana, io inguainato nei miei indumenti da camminatore. Una cosa abbiamo in comune: il nero, il colore del sacro. Già, perché è un rito quasi religioso quello che si svolge intorno a noi.

Rievochiamo oggi il paesaggio del grano, quel che avveniva attorno alla pianta edibile regina della “triade mediterranea”: grano, olivo, vite. Giovani e vecchi, cittadini e gente di paese, forestieri e locali. Tutti insieme per una festa fra i campi. Prima nel sole cocente del pomeriggio, attraversando la distesa dorata delle spighe lievemente ondeggianti. Poi sotto l’ombra delle querce sfuggite alla grande foresta del Monte Mancuso, dove i contadini riposavano, nella controra, l’ora panica, quando gli spiriti vagano nell’aria, pronti a ghermire l’incauto viandante. Infine, all’imbrunire, sul filo dell’orizzonte che delimita la distesa lucente del Tirreno. Il paese è Falerna, in Calabria, sonnecchiante come un gatto a settecento metri di quota fra la montagna e il mare.

Le falci si sono sollevate, nelle mani esperte degli anziani, a mietere le spighe, fra musiche e danze, cibo e vino. Un gesto di festa per l’arrivo dell’abbondanza alimentare. Ma anche l’inizio del lutto invernale per la morte del grano. Perché all’uccisione della pianta seguirà la trepida attesa che il chicco rispunti dalla terra. Occorre propiziarsi la dea delle messi, Demetra, la Terra Madre, perché consenta ai chicchi di crescere nuovamente nel suo ventre ed alleviare la vita degli uomini. Lo sanno Zio Michele e gli altri contadini che oggi hanno accettato di tramandare a noi – che il grano non l’abbiamo mai visto crescere e morire – la memoria del rito della mietitura. A noi che acquistiamo nei negozi la farina che viene da lontano. A noi che non conosciamo il paesaggio del grano e quello del pane, che per secoli ha cullato queste comunità.

 

Ancora nel 1870 – racconta Lucio Gambi – in Calabria erano coltivati a grano oltre 260.000 ettari di terreni: in piano, in collina, in montagna. Ovunque ci fosse spazio sufficiente, cresceva l’oro giallo dei contadini. Era il paesaggio arcaico, austero, essenziale, che Manlio Rossi Doria definiva “dei giardini mediterranei”. Avere un campo di grano, possedere sementi, poter fare farina per le proprie famiglie (e non solo per i padroni) era un privilegio inaudito. Come ebbe a scoprire Umberto Zanotti Bianco quando giunse ad Africo, nel cuore dell’Aspromonte. Per ottenere fondi dai suoi amici europei per costruire una scuola ed un ambulatorio medico in quel luogo abbandonato da Dio e dagli uomini, spedì dappertutto pacchetti con dentro il “pane di Africo”, un pane rancido e duro, fatto di “mischio”, la farina povera prodotta mescolando orzo, cicerchie, lenticchie, intrisa di frustoli di paglia.

La mietitura al Sud è descritta mirabilmente da Ernesto De Martino in “Morte e pianto rituale nel mondo antico”, in un capitolo che si intitola, emblematicamente, “La messe del dolore”. È da quelle pagine emerge in tutta la sua tragica bellezza l’essenza del rito propiziatorio: trarre la vita (la ricrescita delle spighe) da un gesto di morte (il taglio delle spighe). In un altro suo libro (“Furore, simbolo, valore”), De Martino ricorda come la mietitura fosse un momento altamente drammatico e carico di simboli, al punto che a San Giorgio Lucano sopravvive ancora “la danza del falcetto”, una farsa fra contadini e padroni, con travestimenti, musica, balli.

I giovani de I Briganti del Mancuso hanno organizzato l’evento nell’ambito del nostro Festival delle Erranze e della Filoxenia. Sono stati bravi. Hanno risvegliato il paese. Hanno fatto capire che il passato non è solo povertà, non è da nascondere, da cancellare. Hanno detto, con Carlo Levi, che “Il futuro ha un cuore antico”. Hanno fatto comprendere che non possono esservi fronde senza radici. Ora, Zia Lisa e Zio Michele osservano la mia borraccia metallica ammaccata e la confrontano con le “vozza” di terracotta della loro tradizione. Loro – ne sono certo – hanno ormai capito perché sono salito fin quassù: per rendere grazie al loro preservare la memoria, tanto cara a Corrado Alvaro; per dire al mondo che vi sono piccoli Mondi che forse non avranno (ancora) un prezzo per il mercato, ma conservano un valore, una dignità, che mai nessuno potrà sottrarre loro. E che noi abbiamo l’obbligo di preservare e rimettere a reddito. Perché in questi luoghi incantati rinasca il paesaggio del grano, rifiorisca la vita.

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