L’Abbazia di Sant’Eufemia di Lamezia Terme

L’Abbazia di Sant’Eufemia di Lamezia Terme

Le Abbazie del lametino, centri di spiritualità e di produzione economica

Quasi tutti noi abbiamo reminiscenza dai nostri studi storici scolastici del sorgere, all’inizio del Medioevo, di grandi complessi ecclesiastici quali furono le Abbazie (anche dette Badie) o Monasteri, rette da potenti Ordini Religiosi, le quali, per molto tempo e con alterne fortune divennero dei veri presidi non solo di fede e spiritualità ma anche economici, determinando le vicende storico- politiche del territorio in cui erano presenti e sui cui avevano una particolare influenza in termini di sfruttamento delle risorse agricole da cui ricavano immenso benessere economico. Anche in Calabria ci furono molti esempi simili, soprattutto nel Lametino. Oggi, pertanto, vi parlerò sempre per sommi capi delle vicende di gloria e oblio di quattro importanti centri religiosi ed economici che hanno arricchito il nostro comprensorio nei secoli scorsi di un immenso e purtroppo non ancora valorizzato circuito turistico –culturale di testimonianze storico – architettoniche preziose ed uniche. I quattro complessi monastici, come vedremo, avranno in comune molti elementi come l’origine da un complesso monastico ortodosso, lo sviluppo economico importante da trasformarle in un organizzato ed efficiente feudo agricolo, la decadenza causata per l’incorrere della pratica della Commenda e la fine prodotta dai terremoti del 1638 e 1783.

Abbazia di Sant’Eufemia: sita attualmente in località Terravecchia, sullo stradone che da Lamezia Terme Sambiase porta a Gizzeria Marina, di fronte all’area archeologica di Terina e pochi metri precedente il Bastione di Malta, nasce sui ruderi di un preesistente monastero basiliano per volere del normanno Roberto il Guiscardo nell’anno 1062 il quale, avendo stretto un patto di alleanza col Papato in cambio del riconoscimento pontificio della sua conquista militare del Meridione d’Italia s’impegnava a fondare diocesi e abbazie che favorissero il ritorno al cattolicesimo delle popolazioni calabresi fino a quel momento cristiane ortodosse e fedeli quindi al Patriarca di Costantinopoli. A progettare l’imponente struttura fu posto l’abate benedettino Roberto di Grantmesnil il quale usò come modello di criterio estetico architettonico l’Abbazia madre di Cluny. L’opera quando fu terminata si rivelò vasta e imponente: furono edificati oltre alla chiesa abbaziale (ove erano conservate diverse e preziose reliquie quali – fra le tante – una ciocca di capelli di Sant’Eufemia vergine e martire), diverse fabbriche ad uso dei monaci come le stanze di clausura, la cucina, il refettorio, il chiostro, la sala capitolare  e soprattutto lo scriptorium, dove furono scritti e conservati per secoli preziose opere di carattere teologico e liturgico come Commentari, testi dei Vangeli e dei Padri della Chiesa scritti sia in greco che in latino. Tutta la struttura era difesa da imponenti mura perimetrali. Alla difesa fisica del complesso furono aggiunte anche immunità e prerogative giurisdizionali da parte sia del condottiero normanno che da sua nipote la contessa Emburga affinché il complesso monastico fosse indipendente sia da un punto di vista politico, religioso che economico. Quindi l’Abbazia divenne nei fatti una vera e propria baronia, una lucrosa azienda agricola di carattere feudale soggetta soltanto al Sovrano e al Papa e fu dedicata a Santa Maria Genitrice di Dio pare per voto del Guiscardo come ringraziamento per la riuscita della impresa di conquistare l’intera Calabria. Come già accennato le proprietà terriere della Abbazia erano vastissime, partivano da Sant’Eufemia e giungevano fino ai confini della Sila e compresero anche per un certo periodo il possesso feudale dei casali di Sambiase e Nicastro (quest’ultima solo per metà partendo dal Castello Normanno) e che saranno svincolate dalla giurisdizione abbaziale solo nel 1231 per opera dall’imperatore Federico II che in cambio dette ai Benedettini il porticciolo sito nell’attuale Nocera marina. I monaci sfruttarono al massimo le loro proprietà anche attraverso una cura costante dei terreni soggetti a periodiche bonifiche affinché fossero possibili la coltivazione intensive (grano, albero da frutta, viticultura e olicultura) e per l’allevamento e il pascolo di ovini, caprini, maiali a cui erano legati i diversi jius quali il pagamento di una tassa per la raccolta della legna, per la macellazione degli animali, per la raccolta dei frutti spontanei, ect. Tutto questo fu possibile grazie alla presenza di coloni che dall’Abbazia ricevevano sostentamento e protezione, soprattutto contro le continue incursioni dei Saraceni. Questo enorme potere economico creò non pochi contrasti di carattere giurisdizionale nel corso dei secoli soprattutto con le altre Abbazie vicine (S. Maria di Corazzo e S.S. Trinità di Mileto) con i vescovi (per il mantenimento e ampliamento della loro mensa vescovile) e i feudatari di Nicastro.

Al massimo del suo splendore nella abbazia di Sant’Eufemia vi erano 100 monaci, molti dei quali divennero vescovi nelle diocesi siciliane. L’Abbazia politicamente fu sempre filo Normanna, poi fedele agli Svevi discendenti di Federico II e infine agli Aragonesi. Attorno al 1282 l’Abbazia però cambiò ordine religioso e al posto dei Benedettini subentrarono l’Ordine Militare di Malta col consenso papale. I Gioanniti resero l’Abbazia un semplice priorato e con loro iniziò la lenta decadenza di questa importante istituzione. Infatti venne meno l’aspetto spirituale mentre restava saldamente quello economico. Le grosse rendite annue che produceva l’Abbazia (i Benefizi) infatti facevano gola sia alla Santa Sede che ne percepiva un canone annuo (ogni 1 novembre, festa di Ognissanti) e sia ai diversi Balì (superiore dell’Ordine) che oltre al titolo e alla rendita (la commenda) non importava loro nulla della cura spirituale cosicché quasi nessuno mai risedette a Sant’Eufemia, delegando la gestione ordinaria ai Piori e sub affittando i terreni di proprietà della Abbazia a feudatari laici i quali sfruttarono il più possibile i coloni che vi lavoravano. Alla decadenza spirituale del complesso monastico dette il colpo di grazia il devastante terremoto del 1638 che rase al suolo l’intera struttura. L’ultimo Balì, il piemontese fra Signorino da Gattinara fondò per i coloni superstiti l’attuale frazione di Sant’Eufemia Vetere dove nella chiesuola dedicata a san Giovanni Battista (patrono dell’Ordine)  fu traslata la reliquia di Sant’Eufemia, mentre gli arredi liturgici preziosi (paramenti sacri, calici, pissidi, messali, ect) e i manoscritti di cui ho parlato all’inizio di quest’articolo furono portati a Roma presso la Santa Sede o presso la sede centrale dell’Ordine sull’Isola di Malta e a Cipro e molto soprattutto rimase sepolto e oggi totalmente scomparso (pare vi fosse una cripta addetta appositamente alla conservazione dei preziosi).

Dal 1638 in poi i ruderi furono preda della incuria generale, sommersi dalle frequenti piene del vicino fiume Bagni mentre le rendite derivanti dalle sue proprietà continuarono ad essere percepite dal Balì fino a quando, a causa del devastante terremoto del 1783, tutti i beni ecclesiastici furono riuniti nella Cassa Sacra – istituzione voluta dai Borboni per raccogliere fondi per la ricostruzione post sismica – che vendette il patrimonio acquisito spesso a prezzi stracciati a poche famiglie facoltose del Nicastrese le quali continuarono a sfruttare i loro coloni fin quando il regime feudale  non fu abolito dai francesi nel 1806. Dalla prima metà del XIX secolo in poi e fino agli inizi anni Duemila l’area della Abbazia fu di proprietà privata che ignorò completamente la presenza dell’importante sito storico fino a quando non fu acquistato dal Comune di Lamezia Terme che, grazie a fondi economici ad hoc, commissionò una campagna di scavi che fecero riemergere le mura perimetrali e parte dell’area presbiterale. Attualmente però, per ritardi di natura burocratica e diverse altre vicissitudini, ciò che resta visibile della Abbazia di Sant’Eufemia non è fruibile al grande pubblico.

Matteo Scalise
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