La Calabria e il carnevale – Il rituale di Alessandria del Carretto

La Calabria e il carnevale – Il rituale di Alessandria del Carretto

Fra le festività e le tradizioni che la pandemia dovuta al diffondersi del corona virus Covid-19 ha reso impossibile rinnovare, vi è soprattutto il carnevale.

Proprio in un periodo dove estremamente necessarie sarebbero risate e gioia e dove con urgenza vi sarebbe bisogno di tutti i colori di Arlecchino (e non solo dei tre colori che oggigiorno caratterizzano le varie zone d’Italia), dobbiamo arrenderci all’impossibilità di festeggiare il carnevale.

Al di là dell’aspetto godereccio, il significato del carnevale è molto antico e con riscontri decisamente pratici e calati nella realtà del tempo; il carnevale rappresenta l’ultima occasione di festeggiamenti e gozzoviglie (il tutto si conclude con il “martedì grasso”) prima che inizi un periodo di Quaresima, in cui astenersi da ogni eccesso, prima di giungere infine a Pasqua.

Tante volte nelle tradizioni calabresi vengono rappresentate appunto le vicende di Cornalivari e del suo funerale, che renderanno vedova e triste sua moglie Corajisma.

Si ricorda, per esempio, che un tempo nella sfilata del carnevale di Sambiase un corteo di persone mascherate portavano a braccio una bara vera e propria con dentro un uomo travestito, che rappresentava Carnevale morente per indigestione di troppi salami. Seguiva la bara uno stuolo di donne vestite a lutto e coi capelli sciolti, che recitavano il ruolo di prefiche e, dietro a loro, avanzava, rumorosa e festante, un’enorme folla di gente.

Nel corso del tempo le tradizioni si sono modificate e i vari carnevali delle città calabresi hanno lasciato le tradizioni più antiche, per specializzarsi nella realizzazione di carri allegorici di carta pesta, ispirati a personaggi fiabeschi o di carattere satirico verso la politica.

Si distinguono fra le varie sfilate dei carri di carnevale – ormai divenuti tradizionali – quelle di Castrovillari, di Amantea, di Lamezia Terme, Catanzaro con la tipica maschera di Giangiurgolo ecc.

Fra le feste di carnevale più particolari si segnala in maniera speciale quello che si tiene ad Alessandria del Carretto, paesino di appena 380 persone, sulle montagne del Pollino a 995 m di altitudine.

Il centro di Alessandria ha da sempre attratto l’attenzione di vari antropologi per i particolari rituali e festeggiamenti, che ancora si perpetuano in un questo centro, dimostrazione di una ancestrale memoria che non vuole dimenticarsi; uno di questi, per esempio, è la festa della “pita” in cui gli uomini del paese vanno nei boschi per trovare l’abete più grande, il quale verrà messo poi in piazza come albero della cuccagna.

Il carnevale alessandrino è quanto mai tipico; non aspettatevi di incontrare maschere di supereroi moderni e neanche moschettieri, Zorro o cow-boy. Ad Alessandria le maschere sono codificate dalla tradizione e dalla simbologia, risultando quasi mistiche.

I “Połëcënellë ” con il loro colorato e prezioso abito sfilano per le vie del paese esibendosi in danze propiziatorie affascinando i visitatori e la stessa comunità, invitando le ragazze a unirsi alle danze.

Lunga è la loro vestizione, con indumenti e oggetti che vengono tramandati di generazione in generazione in alcuni nuclei familiari. A far da contraltare alle połëcënellë belle, linde e candide, vi sono le połëcënellë brutte che disturbano le danze, gettando cenere contro la loro controparte e il pubblico astante.

Le incursioni delle połëcënellë brutte anticipano la venuta dell’“ursë”, maschera dalle fattezze mostruose che con corna e urla incute timore e fa fuggire i ballerini in bianco. Solo dopo aver domato e allontanato la maschera, la festa può riprendere.

Fra questi vari personaggi, si aggira la “coremm”, la Quaresima, dalla faccia nera con in mano una conocchia.

Le połëcënellë belle incarnano la primavera, l’apollineo, l’impulso alla bellezza; scopo delle połëcënellë belle è quello di proiettare la realtà in un mondo fantastico che popola i sogni dell’uomo.

Le połëcënellë brutte rappresentano il caos, il frastuono, il dionisiaco. L’ursë rappresenta la forza oscura della natura, l’entità mostruosa che va domata.

Mescolando riti pagani e cristiani il carnevale alessandrino consiste in una sorta d’invocazione agli spiriti: a quelli malvagi è richiesto di andar via, a quelli buoni di garantire raccolti abbondanti. Il carnevale non è più un rito propiziatorio, ma una manifestazione che rispetta ancora il genius loci, con costumi e balli che vengono tramandati di padre in figlio. La danza delle połëcënellë belle, le irruzioni delle połëcënellë brutte, lo zoppicare della coremm, le urla dell’ursë, risultano oramai non più solamente maschere ma armi non violente per combattere contro l’annichilimento delle tipicità, per contrastare la perdita di identità nel mondo postmoderno.

Ecco un video dell’edizione 2020: link.

Condividi ora