L’antica fiera di San Biagio a Sambiase

L’antica fiera di San Biagio a Sambiase

L’origine toponomastica di Sambiase è da rintracciare in San Biagio, più precisamente nella sua forma latina Sanctii Blasii, che diede origine, dopo vari passaggi, al dialettale Sambiasi, italianizzato appunto in Sambiase.

San Biagio è un santo di origine bizantina e cospicui sono i riferimenti alla cultura di Costantinopoli riscontrabili nell’ex comune di Sambiase (ricordiamo che nel 1968 la fusione tra Sambiase, Nicastro e Sant’Eufemia Lamezia diede origine alla città di Lamezia Terme).

Per rintracciare echi del passaggio dei bizantini nei territori sambiasini basta porre in evidenza la denominazione di noti quartieri urbani, come: Santu Nicola, Santa Sofia, o allargare lo sguardo verso le vicine e floride campagne, incontrando località come Santu Sideru (Sant’Isidoro), ecc.

La maggior parte delle “migrazioni” bizantine nei nostri territori è databile intorno all’840, periodo caratterizzato dall’Iconoclasmo, che causò migliaia di vittime e fuggiaschi tra i monaci che non si piegarono alle imposizioni imperiali circa il culto delle immagini. Come era facile intuire dai toponimi proposti in precedenza, dunque, la maggior parte dei bizantini giunti nelle nostre terre apparteneva al ceto monacale.

Ulteriore prova del passaggio e dell’insediamento dei monaci bizantini nel territorio sambiasino è la presenza di vari monasteri nelle nostre zone montane (dei quali restano pochi e sparuti ruderi), come per esempio il monastero dei Santi Quaranta Martiri e di San Costantino.

Proprio attorno all’antico cenobio di San Biagio cominciarono a svilupparsi i primi insediamenti abitativi che costituirono gli originari tasselli dell’attuale città. Seppur il culto di questo santo, protettore dei mal di gola, sia oramai poco sentito dalla popolazione, una tradizione legata ai suoi festeggiamenti si è protratta nel corso dei secoli giungendo fino a noi: ‘’a fhera’’  ‘i Santu Vrasu.

“Vrasu” è una ulteriore storpiatura del nome Blasium di cui abbiamo parlato ad inizio articolo, con un passaggio da B a V, fenomeno noto come betacismo.

Nei primi tre giorni di febbraio – intrecciandosi, in seguito, anche con le celebrazioni della candelora – il centro storico di Cafaldo, dove ora sorge la chiesa dedicata alla Madonna del Carmine e dove un tempo sussisteva il cenobio bizantino (fino a qualche tempo fa una croce in ferro, ora sparita, ne segnalava la corretta ubicazione), si riempie di volti, colori e rumori. Venditori di ogni etnia e provenienti da ogni parte della Calabria si ritrovano lungo le discese della Vignola, esponendo le loro stoffe, le ceramiche, gli attrezzi agricoli, il bestiame.

Nei tempi più remoti, infatti, la fiera di San Biagio era una fiera specializzata nella compravendita di bestiame; una fiera che nel corso degli anni e dei secoli è sempre più divenuta punto di riferimento, facendo giungere a Sambiase i venditori di mostaccioli di Soriano, i ceramisti di Seminara, i pastori della Sila, i produttori di Sardella di Amantea e tutta una serie di commercianti provenienti da tutta la regione e anche oltre, che convogliavano nella zona centrale della Calabria incontrandosi e dando vita a uno degli eventi più colorati (in senso folklorico, ma anche letteralmente cromatico) della nostra terra.

L’emergenza pandemica che stiamo vivendo in questo periodo storico proibisce però il perpetrarsi di questa antichissima tradizione, interrompendo a malincuore il secolare svolgersi della fiera dedicata al bizantino San Biagio, la quale statua, di giallo e di rosso vestita, è ospitata nella chiesa del Carmine. La notizia più antica dell’esistenza della fiera di Sambiase si apprende dalla sezione notarile dell’archivio di Stato, dove in una nota del 1618, si dichiarava che la fiera si svolgeva già “per antichissimo solito”.

Anziché abbandonarci alla malinconia e alla tristezza per la mancata edizione di quest’anno, voglio lasciarvi un personale ricordo da me formulato lo scorso anno e ripreso anche dall’antropologo Vito Teti, un ricordo che orbita intorno a un “cavalluzzu di pruavula” (da lì a poco tempo tutta Italia sarebbe stata sigillata per il “lockdown”, termine purtroppo entrato oramai nel nostro lessico quotidiano, causato dalla pandemia del Covid-19).

4 febbraio 2020

Mio nonno Giovanni Mazzei, classe 1921, falegname e storico esponente del PRI sambiasino prima e lametino poi, durante la tradizionale fiera di San Biagio era solito recarsi fra le varie bancarelle, supportando i venditori locali acquistando alcuni dei loro prodotti tipici. Di quello che comprava, mio dono privilegiato erano le provolette con le fattezze di cavallucci.

Mio nonno non c’è più dal 1998, ma io continuo, come lui mi insegnò, ad amare la mia terra cercando di fare sempre il meglio per essa. Ciò vuol dire anche celebrare la linea di continuità dei modi e costumi della signorilità calabrese, della galanteria e della solidarietà tra i figli del popolo che sembra ormai essere stata messa al bando in questi tempi di post-modernità.

Ieri giorno di San Biagio io ho continuato, ho perpetrato, ho rinnovato questo continuum tenendo in vita in tal modo le tradizioni, il senso dei luoghi e il ricordo di mio nonno.

Sembrerà solo ‘nu cavalluzzu ‘i pruavula ma è in realtà il simbolo dell’amore verso la propria terra, del legame con le tradizioni del proprio paese, l’emblema dell’amore verso la Calabria e i suoi figli”.

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