Enrico Borrello: profilo storico-biografico del Maestro di Sambiase

Enrico Borrello: profilo storico-biografico del Maestro di Sambiase

Prima di analizzare nel dettaglio la figura di Enrico Borrello, si propongono le parole del prof. Raffaele Gaetano, le quali tratteggiano e delineano un ritratto del nostro illustre concittadino: «ora maestro elementare alle prese con i nuovi metodi d’insegnamento, ora scrittore bozzettistico e minuto, ma insieme limpido e dolceamaro e ricco di non pretenziosa eticità, ora giornalista in tour per la Calabria a indagare fatti, luoghi e personaggi, ora colto ricercatore interessato alle radici storico-culturali della propria terra»1.

Foto di E. Borrello inclusa nella raccolta di novelle “Vecchie e nuove”

BIOGRAFIA2

Enrico Borrello nacque a Sambiase nel 1896, e qui trascorse la vita quasi per intero, con molto attaccamento alla città e studiandone con passione la storia, per ricercarne le più antiche origini. Questo vivo desiderio di sapere e di scoprire, era in lui accompagnato da una grande capacità di comunicare agli altri: quando scelse di fare il maestro si può dire che seguì un’inclinazione naturale. Insegnò nei primi tempi in frazioni di montagna, dove affrontò ogni disagio, ma lavorando con passione e con dedizione ai piccoli scolari che mancavano allora di tante cose essenziali. Per due anni va a prestare servizio da titolare di cattedra nel Veneto, a Cavarzere, provincia di Venezia, dove fece esperienze preziose restandovi dal 1920 al 22; tornò poi nella sua Sambiase.

Si dedicò con grande fervore all’attività scolastica e ai suoi alunni sapeva trasmettere l’entusiasmo dell’apprendere: spesso le lezioni si tenevano all’aperto, con lunghe passeggiate che servivano per studiare dal vivo la natura, il lavoro dell’uomo, la città, i resti antichi; il Ministero gli conferì presto dei riconoscimenti per le sue attività educative.

Presto divenne anche corrispondente di alcuni giornali napoletani e romani (Il Mattino, Il Giornale d’Italia) sui quali pubblica sia le sue esperienze di ricercatore, sia i suoi suggerimenti e le sue osservazioni di cittadino desideroso del bene pubblico.

Condusse minuziose ricerche su Sambiase, sui resti archeologici della piana lametina, sulla città greca di Terina, sulla storia risorgimentale e raccolse tutto nel volume “Sambiase – ricerche per la storia della città e del suo territorio”, pubblicato a Roma nel 1948. Tale volume costituisce tappa fondamentale per tracciare qualsivoglia profilo storico circa Sambiase e le dinamiche che lo hanno interessato.

Iniziò al contempo una lunga collaborazione con giornali e riviste di storia e di cultura varia (Il Tempo, Calabria Letteraria, Cronaca di Calabria, Gazzettino Calabrese Rai).

La sua vena narrativa lo portava a comporre anche delle novelle: i primi racconti furono raccolti in un volume pubblicato a Milano nel 1953 con il titolo “Vecchie e nuove”.

Nel 1958, sempre a Milano, uscì pure il volume “Martirano – monografia storica” frutto di ricerche, anche questa volta non facili ma tenaci.

Enrico Borrello era riconosciuto come scrittore e ricercatore serio e scrupoloso, ben presto fu nominato Ispettore onorario alle Antichità e Belle Arti per la zona lametina, dove spesso accompagnava i sovrintendenti e le persone interessate alla ricerca archeologica e storica e dove recuperò del pregevole materiale: tra le cose più importanti si ricordano una grande hydria a figure rosse di fabbrica probabilmente campana del IV secolo avanti Cristo rinvenuto nel territorio di Gizzeria, e numerose monete rinvenute in zona Acquafredda di Sambiase nel ‘59.

La Deputazione di Storia Patria per la Calabria nominò Borrello suo componente; l’Accademia Cosentina lo volle suo socio; la sua attività giornalistica gli meritò l’iscrizione all’Albo Nazionale di Napoli dei Giornalisti-Pubblicisti; per molti anni fu Console del Touring Club Italiano.

Tutte queste qualità e interessi culturali, Enrico Borrello riversava nel suo quotidiano lavoro di maestro che svolse per ben 44 anni, curando i suoi piccoli allievi amorevolmente e indicando loro gli strumenti più validi del sapere, la curiosità del perché.

Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi gli attribuì la medaglia d’oro per la pubblica istruzione.

Nel 1961 il maestro Borrello fu collocato in pensione ma continuò con lo stesso fervore l’attività di scrittore, giornalista e ricercatore, fin quasi alla fine della sua vita che si concluse il 20 dicembre del 1968.

L’istituto scolastico dedicato al Maestro di Sambiase

IL RICORDO DI UN SUO ALUNNO3

Di lui non ho un solo ricordo sgradevole ma l’immagine consolante e viva, ancora oggi, di un invitante e cordiale sorriso; di una vivacità giovanile che sapeva farne in certi momenti un ragazzo tra i ragazzi, felice di mescolarsi tra noi e di vivere la nostra gioia di vivere […] il maestro Borrello rappresentava il nuovo rispetto al vecchio, nella cui opera educativa si esprimevano gli aspetti più negativi della pedagogia positivistica di cui sopravvivevano soltanto come strumenti di tortura: nozionismo, verbalismo, moralismo, disciplinarismo, spogliati di quei pur sani principi di formazione civica che avevano ispirato il Gabelli. Il nuovo di Borrello era l’attivismo, sostenuto da una non comune formazione teorica oltre che da una profonda e sincera convinzione personale.

[…]

Con lui la scuola cessava di essere preparazione alla vita, fase durante la quale si mortificano tutte le energie creative dell’infanzia, per divenire vita essa stessa, una vita in cui unico attore e protagonista della vita scolastica è il fanciullo con tutta la sua volontà di fare e di creare, per cui ogni occasione di studio o di lavoro diventa un momento irripetibile di crescita intellettuale morale e sociale; una scuola in cui l’apprendere nasce da un interiore bisogno ed è il risultato di un fare nel quale siano coinvolte e rese operanti tutte le attitudini del ragazzo, non escluse quelle manuali pratiche e ludiche; una scuola in cui il rapporto maestro-scolaro non è più di supina subordinazione di questo che non sa a quello che sa, ma scolaro e maestro si pongono su di un piano dialettico di reciproco rispetto e di reciproco stimolo per avventurarsi insieme e insieme pervenire alla formazione di un compiuto sapere, di una più alta coscienza morale. Ebbene, in Enrico Borrello la passione educativa, che portava nel sangue per eredità familiare e per autentica vocazione all’infanzia, si sposava felicemente a un entusiasmo intellettuale per i nuovi orientamenti pedagogici e didattici del Lombardo Radice, riproposti non con meccanica riproduzione, ma con spirito creativo e innovatore di volta in volta adattati alla reale situazione ambientale e scolastica. Egli anticipava, infatti, quella concezione del ruolo del maestro come operatore sociale, oggi rivendicata dalle forze sociali più avanzate, vivendo in prima persona la vita dell’ambiente sociale entro il quale opera la scuola.

[…]

La sua lezione non aveva niente di prefabbricato né di improvvisato: essa nasceva come momento creativo irripetibile, giorno per giorno, sulla base degli interessi reali di noi ragazzi e a continuo contatto con la realtà naturale e sociale che ci circondava, onde scoprirne forme e rapporti. Via i vieti temi di invenzione per far posto alla composizione illustrata su tema libero o al diario personale, che dessero libero sfogo all’espressione del nostro mondo interiore, ai pensieri e ai sentimenti che uomini e cose realmente suscitavano in noi. Via gli orrendi esercizi grammaticali con pagine e pagine di analisi o di verbi da coniugare per iscritto, per la libera conversazione partendo dall’uso del dialetto. Egli scoprì il valore del bilinguismo per cui lo studio del dialetto trovava pari dignità con quello dell’italiano, sia per le sue doti di espressività e di perfezionamento delle capacità di comunicazione verbale, sia per il patrimonio di cultura popolare e regionale che esso rappresenta per le nuove generazioni. La nostra scuola era un laboratorio, con annesso giardino da lui voluto e da noi coltivato, con allevamento anche di qualche piccolo animale domestico, dove le conoscenze scientifiche erano il risultato di esperienze concrete in relazione soprattutto alla richiesta di cultura che veniva dall’ambiente sociale e in risposta al nostro bisogno di conoscere.

[…]

Ciò che per Sambiase rappresentò veramente un avvenimento storico è la pubblicazione, avvenuta nel 1948, del suo volume “Sambiase – ricerche per la storia della città e del suo territorio”. Fu per noi giovani un’autentica rivelazione: un oscuro paese di contadini senza tradizione, improvvisamente si riconosceva riscoprendo le sue origini lontane, in quei ruderi, in quelle chiese, in quelle contrade che gli erano stati finora indifferente e muti e che ora si rivelavano carichi di storia passata e recente; Sambiase usciva dall’anonimato, e luoghi e cose aprivano i loro segreti ai nostri occhi incantati, scoprimmo nella storia risorgimentale pagine gloriose di sacrificio e di eroismo scritte da nostri concittadini; in virtù di quel libro si andava compiendo tutto un processo di identificazione con un passato che diveniva il nostro presente.

[…]

È tutto un patrimonio di cultura che Borrello riscatta dal silenzio dell’oblio per restituircelo in tutto il suo calore umano e ambientale, esplorato nella policroma varietà di luoghi, situazioni, personaggi; un patrimonio sul quale i giovani delle nuove generazioni troveranno motivi di riflessione per riappropriarsi quell’identità sambiasina e calabrese che consumismo, juke-box, fumetti e televisione hanno disperso in una forma di piatto alienante anonimato. Questo è stato ed è ancora nella nostra memoria Enrico Borrello: un grande educatore dei giovani e un maestro di umanità per tutti; sia ch’egli ricerchi la nostra più genuina identità nelle memorie del passato, sia che riaccenda in fantasiose sequenze di personaggi e di vicende il nostro cuore di sambiasini.

INSEGNANTE E PEDAGOGO

Enrico Borrello conseguì nel giugno 1915 l’abilitazione magistrale. Fatta una prova di scuola serale venne, nei due anni successivi, assegnato alle scuole rurali nelle frazioni di montagna di Sambiase, misurandosi così con una realtà sociale poverissima, dotata di un’economia di pura sussistenza, insidiata dagli elementi naturali e privati una decente viabilità; nelle montagne calabresi mancava tutto e l’insegnante abitava in un locale difficilmente definibile come casa.

Circa l’insegnamento nelle zone montane di Sambiase è utile anche ricordare la testimonianza della maestra Maria Zaffina, la quale, durante gli anni a cavallo fra il 60-70, insegnò in varie scuole delle nostre colline e montagne: «le ho conosciuti tutte le scuole delle nostre colline: Vonìo, Acquafredda, Acquadauzano, Mitoio, Bucolia eccetera. Zone allora disagiate se si pensa alle scuole allagate in caso di pioggia o alle strade non asfaltate dove, specie nelle curve in salita, la macchina a volte non riusciva a spuntarla. I servizi igienici erano spesso inesistenti o al più sostituiti da capannucce fatte fuori con quattro tavole»4.

Lo stesso Borrello, ricordando gli anni in cui fu maestro nella contrada montana di S. Maria, così scriveva in Cronaca di Calabria (135-1967) «[…] Ero tutto a S. Maria . Là facevo il maestro a 23 ragazzi, facevo lo scrivano pubblico e gratuito, che l’analfabetismo segnava allora il 95%, e i giovani erano soldati lontani e aspettavano con ansia notizie di casa… E facevo anche il medico, curando prudentemente la febbre con il chinino, e non mi sbagliavo quasi mai perché la borgatella era umidissima, e i reumatismi entravano in ogni casa»5.

In quello stesso articolo ricordava come egli stesso rischiò di perdersi nel Reventino durante una tormenta di neve per non venir meno al dovere di essere puntualmente a scuola nel giorno e nell’ora stabilita.

Fare il maestro nelle scuole rurali delle nostre montagne era dunque esperienza umana e sociale rimarchevole, e si rifletteva sulla quotidiana opera educativa. Il maestro Borrello medita sul suo lavoro, sugli strumenti di cui dispone e sulla loro inadeguatezza. Per lui il dovere, lo scrupolo professionale, la dignità venivano prima di ogni altra considerazione, secondo una rigida concezione morale, che fa del maestro, specialmente nel Sud, un esemplare di tutte le virtù che si richiedono al cittadino.

L’opera educativa di Borrello procede comunque con iniziative ed esperimenti sempre in linea con le teorie e le metodologie acquisite e continuamente rinnovatesi, anche attraverso discussioni e letture, riviste e libri, che vanno a costituire una biblioteca scolastica del Circolo, nonché la biblioteca di classe.

Il maestro favorisce il disegno e l’immaginazione degli scolari; maestro e alunni insieme curano l’erbario, la bachicoltura. L’attenzione rivolta ai fatti del paese e le rivelazioni sul territorio effettuate durante le passeggiate scolastiche, dette “scuola all’aperto”, danno luogo alla elaborazione di un giornalino.

Le sperimentazioni di scuola all’aperto son state così ricordate da Francesco La Scala: «Le passeggiate scolastiche guidate dal professor Borrello credo abbiano reso felici ed incorreggibilmente curiose folte schiere di alunni delle nostre elementari. Lui amava spiegare e raccontare fatti antichi ai suoi ragazzi con le zanelle arripizzati e, in tanti, anche scalzi. Loro gli saltellavano intorno ponendo mille domande diverse e cercavano di catturarne l’attenzione con un coro trafelato di: “Prufhissù, prufhissù!”. Ricevevano risposte con sorrisi che abbracciavano, quegli scolari! E quei sorrisi mi sembrava che celassero un prezioso segreto da comunicare»6.

La quotidiana azione didattica s’intrecciò sempre più con l’attività pubblicistica e con la ricerca storico-archeologica, altro settore di appassionato lavoro. Insegnante e ricercatore, cittadino e giornalista, Enrico Borrello godette di rispetto e stima nella sua città, come nell’ambiente scolastico: fu apprezzato anche nella direzione dei “Diritti della Scuola”, la rivista di pedagogia e didattica più diffusa; il Ministero gli conferì prima una medaglia di bronzo, poi una d’oro, firmata dal Presidente della repubblica Luigi Einaudi, nel 1948.

LO STORICO

Come storico Enrico Borrello produsse vari articoli, oltre le monografie su Sambiase e Martirano.

Il libro su Sambiase, uscito nel 1948, è definito dalla professoressa Giovanna De Sensi Sestito come:

una meritoria opera di educazione civile, conservando e trasmettendo memoria di personali riflessioni e ricerche sulle questioni dibattute da secoli relative ai più antichi insediamenti nel territorio, provando a dare un contributo diretto alla storia degli studi, dando notizia puntuale di occasionali rinvenimenti di reperti o di ruderi pertinenti ad antiche strutture, tracciando i profili biografici dei personaggi più illustri di Sambiase. Volume che al pregio di un’esposizione chiara aggiungeva il rigore di argomentazioni il più possibile obiettive e fondate sui dati di conoscenza che aveva allora potuto acquisire; un volume che ha radicato in generazioni di studenti e concittadini l’amore per la propria terra, l’interesse a conservarne l’identità, l’orgoglio dell’appartenenza ad una comunità dalle origini lontane e importanti.7

A seguito di vari articoli di stampo storico, nella mente di Enrico Borrello si va costituendo l’idea di poter tracciare attraverso i numerosi lavori pubblicati, e una loro opportuna rielaborazione, un disegno complessivo e unitario delle vicende storiche dell’area con al centro Sambiase. L’amore per il suo paese lo spinse a ricostruirne le origini tassello per tassello, casale per rasale, rudere dopo rudere, sfogliando documenti inediti, interrogando reliquie del lontano passato, ricercando e vagliando testimonianze antiche e recenti.

Pertanto nel corso del 1947 compone una prima bozza e la invia al professor Ernesto Pontieri8, insigne storico del Meridione in età medievale e moderna, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli, di cui sarebbe diventato Rettore tre anni più tardi, il quale ne apprezza il rigore ma gli rimprovera alcune dimenticanze, invitandolo, in tal modo, a rivedere il suo lavoro. Lo storico in sostanza esorta e indirizza sul piano scientifico l’amico.

Un anno dopo il manoscritto rielaborato ottiene l’approvazione del professore. La pubblicazione del volume con il titolo “Sambiase – ricerche per la storia della città e del suo territorio”, fu salutata con entusiastici apprezzamenti da quanti a vario titolo si occupavano di storia calabrese e fornì al Borrello occasione per altre conoscenze e intrecci di corrispondenza anche di lunga durata.

Lo stesso professore Pontieri chiudeva la sua sobria presentazione del volume Sambiase dell’amico di adolescenza Enrico Borrello con queste parole: «[…] scritti come questo di Enrico Borrello non possono non essere accolti con simpatia e con ogni buon augurio, anche perché, diretti come sono ad un largo pubblico di lettori, essi potranno fare meritoria opera di educazione civile»9.

L’attenzione protesa a cogliere ogni positiva memoria del territorio gli valse la nomina ad Ispettore Onorario della Soprintendenza Archeologica della Calabria. Il suo vigile intervento era valso ad assicurare al patrimonio pubblico due importantissime scoperte nel territorio Lametino degli anni ‘50: il ripostiglio di monete venuto alla luce per caso nel 1959 in località Polveracchio di Acquafredda, nella letteratura scientifica noto come “Ripostiglio di Sambiase”, e la grande brocca per l’acqua hydrìa di contrada Cirzito di Gizzeria nel 1955.

Oltre alla monografia su Sambiase Borrello si dedicò in maniera particolare a Martirano.

Il territorio di Martirano geograficamente e storicamente è attiguo a quello di Sambiase e Nicastro, ed è stato a lungo sede vescovile. Se pur vi fossero scarsità e incertezze nelle fonti, partendo dall’interrogativo: Martirano era l’antica Mamertum? Borrello proseguì con la sua ricerca, visto anche l’interesse che sembrava riscuotere fra popolazione, il che lo indusse a proseguire nell’indagine e a dare alle stampe un volumetto “Martirano – Monografia storica” nel 1958, che pur rimanendo nei limiti di una modesta ricerca, ottiene riconoscimenti di obiettività e onestà.

IL GIORNALISTA10

La capacità comunicativa e la disposizione al racconto, alla partecipazione coinvolgente, si esprimono,al di là della scuola, nella vita sociale, nei rapporti con i cittadini, col pubblico adulto, più o meno alfabetizzato. Enrico Borrello, che rifugge delle cariche pubbliche, individuò nel giornale il mezzo più efficace e moderno per intervenire nella vita della città, con una funzione di informazione e di stimolo, di denuncia dei problemi, di elevazione dei livelli civili, in una comunità legata a un’economia essenzialmente agricola che con fatica si avviava verso l’evoluzione della modernità, pur intravista attraverso la sofferenza dell’emigrazione.

Lo sguardo di Borrello si allargava a tutto il territorio di Sambiase, dalle colline e montagne che consentivano solo una vita di stenti nelle sparse frazioni, alle acque termali odorose di zolfo sorgenti allo sbocco di una valle angusta e densa vegetazione, agli estesi vigneti e oliveti digradanti verso il mare, che conoscevano il duro lavoro di contadini e braccianti e che custodivano inconsapevolmente i resti di antiche civiltà.

Borrello scrive occasionalmente su Il Mattino di Napoli e sul Il Messaggero di Roma, è poi nominato corrispondente da Sambiase del Popolo di Roma negli anni ‘30, del Giornale d’Italia negli anni ‘40 e infine, nel corso degli anni ’50, de Il Tempo di Roma. Alcuni articoli sono ospitati anche dal Corriere calabrese e da Cronaca di Calabria, settimanali di Cosenza, ed altri fogli locali, come Gazzettino calabrese, Procellaria, Historica, Brutium, e, soprattutto, Calabria Letteraria, aperta a interessi di carattere storico, letterario, folkloristico, politico, sociale.

I suoi scritti recano il segno di una vigile attenzione, l’immediatezza e la concretezza dell’espressione, l’incisività dello stile. I suoi interessi riguardano volta per volta i più vari aspetti della realtà che lo circonda: dalla descrizione geografico-paesaggistica dell’area lametina all’indagine storica e archeologica, dalla caratterizzazione agricola dell’economia ai connessi problemi sociali, climatici e strutturali.

Agli esordi dell’attività giornalistica troviamo un articolo su Il problema della viabilità per le montagne di Sambiase (1932), che appare come una prova della maturità di Borrello, delle sue abilità descrittive, del sentimento di umanità nell’evidenziare le bellezze naturali e la sofferenza delle popolazioni montanare.

Un altro articolo di due anni dopo, Un paese rinnovato, è una nota di ottimismo e di orgoglioso soddisfazione per i progressi intervenuti nelle condizioni di vita della propria città. Altri due interventi nel 1934 riguardarono l’illustre concittadino filosofo Francesco Fiorentino.

Appaiono volta per volta sui giornali, resoconti parziali delle sue ricerche: Giovanni Nicotera, Francesco Matarazzo, Vestigia antiche nella piana di sant’Eufemia, La via Popilia, L’Abbazia Normanna, Le acque termali di Caronte, Terina e Temesa, Nelson e Ruffo, Terina e Lametia, Al castello di Nicastro, Le Aquae Angae, La rivoluzione calabrese del 1848, D. Ponzio e T. Campanella, La sirena Ligea, Il generale Serrao, La mensa ponderaria di Nicastro; alcuni dei seguenti articoli confluirono in seguito, più o meno ritoccati, nel volume Sambiase del 1948, volume che con il passare degli anni, con il migliorare delle condizioni economiche e culturali, ottenne buona diffusione e suscitò sempre nuova curiosità e interessamento in tutta la regione, e anche tra i calabresi d’America.

In seguito riterrà opportuno tornare su qualche personaggio già delineato nel libro, infatti realizzerà un profilo di Pietro Ardito corredato da qualche lettera, una ricostruzione più omogenea di Nicola Gualtieri detto Panedigrano, e un necrologio di Michele Pane, al quale era legato da affettuosa corrispondenza. In questo contesto appaiono anche alcune lettere autografe di Francesco Fiorentino miracolosamente salvate dall’incuria (1952).

Con l’occhio attento ai tratti geografico-paesaggistici ma anche agli aspetti culturali e sociali, lo scrittore viene svolgendo una sorta di guida dei vari centri.

Negli anni che vanno dal ‘53 al ’57, si collocano i resoconti di alcuni pellegrinaggi ai santuari di Visora, Dipodi e Paola; poi è la volta di più o meno brevi illustrazioni giornalistiche, alcune anche attraverso il Gazzettino RAI, di località come Pizzo Calabro, Soveria Mannelli, Sant’Eufemia Lamezia e Sant’Eufemia Marina (poi divenuto Gizzeria Lido), Decollatura, Nocera Terinese.

Sempre di soggetto lametino-calabrese sono gli articoli a carattere cronachistico che richiamano un presente più vivo e problematico tra gli anni ’50 e ’60: La Calabria e il cinema, La strada della solidarietà, Visita alla cantina sociale, L’abbazia di Sant’Eufemia tra rovi e sterpi, Il disagio dell’acqua a Sambiase, Da Nicastro al Savuto, L’ufficio postale e l’interessamento del ministro.

Tra il 1955 e il 1956 su Calabria Letteraria compaiono tre brani di prosa, a metà strada tra il saggio e il racconto, che, pur avendo come teatro la zona di Sambiase, alludono a condizioni storiche-antropologiche dell’intera regione: Fantasie Magnogreche, La sagra della vendemmia, Il sentimento religioso nel folklore calabrese.

IL NARRATORE

Parallelamente agli scritti giornalistici, nel corso degli anni ‘50 e ‘60 Borrello dà vita anche a una produzione di tipo narrativo letterario, frutto della sua naturale propensione al raccontare.

Sono racconti per lo più evocativi, riferiti a persone e luoghi della memoria (famiglia, paese), nei quali l’arguzia dello scrittore si stempera in considerazioni e sentimenti di calda umanità. Di essi, undici sono stati riuniti in un volume dal titolo Vecchie e nuove, edito da La Prora di Milano nel 1956.

Lo stesso Borrello in uno dei racconti della raccolta – Compagni di Viaggio – confessa: «Ho sempre avuto un debole per i viaggi… sulla carta, e mi sono sempre appassionato fin da ragazzo ai libri avventurosi, di viaggi in terre lontane, di usi e costumi strani, di valli con cascate fiabesche, di prati smaltati di fiori strani»11.

Nella prefazione del volume, Pier Maria Rosso di San Secondo, con tali parole descrive il libro e il suo autore:

Enrico Borrello è narratore spontaneo e semplice. Racconta come se ricordasse fatti veramente avvenuti; da ciò deriva la verità della sua narrazione: sono piuttosto delle storie, non delle novelle dalla costruzione e dall’organismo pensato.

Talvolta lasciano il lettore sospeso, poiché sono squarci di vita, la cui conclusione sarebbe arbitraria e voluta.

La vita non conclude.

Scrittore di vita, Enrico Borrello si fa leggere con il più vivo interesse12.

Nell’ultimo racconto intitolato «Motivi Folkloristici: Venditori ambulanti»13, Borello passa in rassegna – sotto forma di racconto-ricordo, appassionato ma dettagliato – alcuni venditori ambulanti, figure che oramai non esistono più.

Vi era il tartararo, che acquistava la feccia del vino cotto, il quale «quando non era più stagione del tartaro» comprava i capelli delle donne, facendosi precedere dall’urlo «o capillaro passa», a volte, a fronte dei capelli ricevuti, dava in cambio una pittinissa oppure una cartata di aghiQuesto venditore di aghi, pettini e forcine, era solito anche avere nel suo assortimento i calendari di Barbanera.

Vi era poi chi vendeva la tela: a menza lira ‘a canna, e altri venditori tipici come: l’umbrillaru, l’abbatteraro e il consalimbe.

Indice della raccolta di novelle “Vecchie e nuove”

1(a cura di ) R. Borrello, Enrico Borrello – Scritti vari, Rubbettino, Soveria Mannelli, p. 15.

2Per l’intero paragrafo, Cfr. E. Borrello, Sambiase – storia della città e del suo territorio; Temese editrice, 1988, pp. 7-10.

3E. Borrello, Sambiase cit., Le impressioni e ricordi di Urbano Giorgio Caporale, pp. 11-20.

4M. Zaffina, Sambiase sulle ali della memoria, 2013, Massimo Iannicelli editore, Lamezia Terme (CZ), p. 181.

5E. Borrello, Sambiase cit., p. 13.

6http://www.reportageonline.it/prufhissu-prufhissu-ricordo-di-enrico-borrello-nel-50-della-sua-scomparsa/

7(a cura di ) R. Borrello, Enrico Borrello, cit., p.5. Nel seguente volume sono raccolti i vari articoli, apparsi su diverse testate, a firma Enrico Borrello.

8Giuseppe Pontieri (Nocera Terinese (CZ), 1896 Roma, 1980) Allievo prediletto di Michelangelo Schipa, fu professore di storia medievale e moderna presso l’Università Federico II di Napoli. Oltre che come fine storico, è ricordato anche per l’impegno profuso nei nove anni in cui fu Rettore dell’ateneo federiciano: dal 1950 al 1959 realizzò uno dei più importanti e incisivi programmi nella storia moderna dell’ateneo napoletano. incidendo sull’adeguamento edilizio e strutturale e rendendosi protagonista della rivitalizzazione anche morale dell’università federiciana, attraverso investimenti che incisero profondamente sull’edilizia e sulle dotazioni strumentali, facendo leva sulla rivitalizzazione morale della struttura.

9(a cura di ) R. Borrello, Enrico Borrello, cit., p.5

10Cfr. Ivi, pp. 29-33.

11E. Borrello, Vecchie e nuove, La Prora, 1953, Milano, p. 45.

12Ivi, p. 5.

13Ivi, p. 95.

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