All’armi! Il pericolo vien dal mare! Le torri costiere e il Bastione di Malta

All’armi! Il pericolo vien dal mare! Le torri costiere e il Bastione di Malta

Golfo di Sant’Eufemia, anno del Signore 1550. L’attuale area del lametino in quell’anno era per la maggior parte soggetta alla giurisdizione feudale dei Conti Caracciolo, precisamente di don Ferdinando Caracciolo e dall’Ordine dei Cavalieri di Malta, presenti presso l’Abbazia d’origine normanna. A Napoli, in virtù del Trattato di Lione (1504) governavano gli spagnoli e vice re a rappresentare l’imperatore Carlo V era il militare di lunga carriera Pietro di Toledo, il quale, preoccupatissimo delle continue scorribande degli Arabi (chiamati Saraceni) e dei Turchi Ottomani, decise di edificare lungo la costa tirrenica (da Gaeta a Scilla) diverse fortificazioni militari che controllassero le coste in caso di invasione.

Le torri o fortificazioni difensive furono in totale 339, di cui 102 in Calabria. Le spese di costruzione, così come quelle di mantenimento del personale militare ricaddero sulle già asciutte casse delle Universitas (gli attuali comuni) ricadenti nell’area geografica, aggravando quindi la già oppressiva imposizione fiscale richiesta sia dalla Tesoreria regia che dai feudatari Caracciolo e dai Cavalieri di Malta, i quali non ebbero scrupolo di utilizzare come materiale da costruzione resti di rovine greco –romane raccattate nei dintorni e la manodopera gratuita delle popolazioni locali.

Fra le torri edificate ricordiamo le Torre San Giuseppe, in territorio di Nocera Terinese Marina, totalmente distrutta nel 1903 da una piena del fiume Grande; così come la non più esistente Torre Gullieri da dove si poteva spaziare lo sguardo da Coreca a Capo Vaticano; ancora Torre Pietra della Nave e la famosa torre in località Coreca di Amantea detta Torre Coracena. In ottimo stato di conservazione invece risulta oggi la Torre dei Cavalieri (all’interno dell’agriturismo omonimo) conosciuta anche come di Santa Caterina.

Foto Giovanni Mazzei

Famose, poiché nell’immaginario di tutti i lametini, in quanto visibili entrambe dalla statale 18 risultano la Torre di Rupe (oggi Torre Lupo) in territorio di Falerna Marina e la Torre dell’Ogliastro (oggi Torre di Capo Suvero), ricadente nel territorio di Gizzeria Lido. Queste torri da me brevemente elencate hanno in comune lo stesso periodo di edificazione, la forma circolare e la presenza di alcune figure quali il Torriero, che stava in cima alla torre alimentando il fuoco che segnalava il pericolo (di giorno usava paglia bagnata affinché facesse fumo più scuro e quindi più visibile), di uno o più Cavallaro (scelti dai consigli delle Universitas), cioè soldati a cavallo che perlustravano quotidianamente le coste e in caso di pericolo dovevano correre ad avvertire l’avamposto militare più vicino e ordinare alla popolazione di sfollare, e in molti casi di alcune guardie fisse.

Come già detto le spese di mantenimento di questo personale era a carico dei paesi del circondario (ad esempio le spese per il personale della Torre dei Cavalieri era condivisa dai comuni di Nicastro e Sambiase). La maggior parte delle torri dopo il terremoto del 1638 furono riedificate, ma dopo il sisma successivo del 1783 furono per la maggior parte abbandonate. In queste occasioni disastrose spesso il personale militare ivi presente morì sotto le rovine. Le poche ancora attive nel XVIII secolo furono poste sotto la giurisdizione della Dognana Marittima – Servizio Telegrafico, ma con scarsi risultati in termini di celerità delle informazioni trasmesse.

Oggi, sia se presenti in territorio di proprietà del Demanio o privato, eccetto la già citata Torre dei Cavalieri (ricadente in una struttura agrituristica), le varie torri versano nella incuria più totale del tempo e degli sporadici avventori. 

Cuore militare e “centro  strategico” in caso di attacco dal mare fu però l’imponente Bastione di Malta, cioè una vera e propria “torre di difesa” edificato verso il 1550 a circa 400 mt dalla Abbazia e allora sulla costa (oggi il mare dista circa 800 mt per causa del fenomemo del bradisismo e per accumulo di materiale alluvionale derivati dagli straripamenti dei vicini fiumi Bagni e Amato). Esso fu dato alla gestione per fini militari all’Ordine dei Cavalieri di Malta, di cui un Priore, il piemontese originario di Lozzolo (Vercelli), frà Signorino Gattinara nel 1634 lo fece munire di sofisticate macchine belliche, oltre che a fortificarlo ulteriormente (a ricordo di ciò fece affiggere una lapide commemorativa, oltre allo stemma del suo casato, ancora oggi visibili all’entrata della fortezza). Il Bastione, oltre a svolgere funzioni militari per le possibili invasioni dalla costa, fu anche centro politico – religioso per reprimere le diffuse rivolte popolari che si avvicendarono fra XVI e XVII secolo nel lametino, causate per la troppa esosa tassazione  o per estirpare la diffusione del Calvinismo nel Lametino. Nel 1656 il Bastione fu temporaneamente adibito a centro sanitario contro la peste scoppiata feroce in quell’anno, mentre dal 1852 al 1861 i Borboni lo usarono ancora come torre di difesa ma anche come telegrafo. Con le leggi eversive del nuovo regno italiano del 1866, molti beni appartenuti agli Ordini Religiosi (nel frattempo soppressi) furono venduti a privati cittadini.

Nel 1943 al Bastione troviamo i tedeschi che installarono sul terrazzo una mitragliatrice da 20 mm per colpire gli aerei Alleati che transitavano su Sant’Eufemia Lamezia. Sicuramente dagli anni 70’ e fino al 2014 il Bastione è stato di proprietà della famiglia Jannazzo, che d’estate lo aprivano sporadicamente per farlo visitare al pubblico. Ricordiamo che il Bastione di Malta fu scelto come simbolo da opporre sul gonfalone  della nuova città di Lamezia Terme, nata nel 1968 dalla fusione amministrativa dei secoli comuni di Nicastro e Sambiase e del recente (1936) di Sant’Eufemia Lamezia.

Nel 2014 l’Amministrazione Comunale dell’epoca lo acquisì, dopo lunghi anni di trattative con i proprietari, per renderlo fruibile ai cittadini lametini e come possibile simbolo di una rinnovata politica di valorizzazione turistica del comprensorio, affidando i  lavori ad una ditta che nel  ritardare la totale esecuzione dei lavori ha costretto l’amministrazione comunale (retta nel frattempo dai commissari prefettizi) nel 2019 a rescindere il contratto. Oggi il Bene Culturale non è ancora finito di essere restaurato e quindi di essere finalmente reso fruibile al grande pubblico.

Matteo Scalise
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