L’antica chiesa di San Rocco in Sambiase

L’antica chiesa di San Rocco in Sambiase

Dalla centralissima piazza V Dicembre (già piazza Diaz), sita nel cuore di Sambiase, è possibile ammirare i profili di alcuni antichi edifici, che emergono dal tessuto urbano lasciando trapelare le loro sacre forme.

Mi riferisco ad alcune antiche chiese, le quali hanno scandito il profilo etnografico della stessa sambiasinità: il santuario di San Francesco di Paola, le chiesette dell’Immacolata e dell’Annunziata e la chiesa Matrice dedicata a San Pancrazio.

Quattro sono le chiese che sono state menzionate, quattro chiese a pochissima distanza l’una dall’altra, quattro chiese visibili dalla piazza: ebbene qualche decennio fa ben cinque erano, e non quattro, le chiese era possibile ammirare da piazza Diaz!

La quinta, quella più vicina al nostro punto di vista, era un’antichissima chiesa: la chiesa di San Rocco.

A conferirci ulteriori informazioni circa le origini di questa antica chiesa sono lo storico Enrico Borrello e il suo libro Sambiase – Storia della città e del suo territorio. Nel suo testo, Borrello parla della chiesa dedita al culto del santo francese come una filiale della chiesa Matrice, già romitaggio.

«A causa di un’alluvione del fiume Cantagalli, fu chiusa per molto tempo, quindi riaperta dall’arciprete Renda», dichiara Borrello, specificando anche come la chiesa fosse già “sepolcro gentilizio della famiglia Renda”; non è dato sapere se le due menzioni alla famiglia Renda fossero riconducibili allo stesso ceppo familiare. Inoltre pare che a Sambiase, nei secoli passati chi subiva una morte violenta veniva seppellito dentro la chiesetta di S. Rocco, anziché nelle comuni fosse funerarie. Borrello, riporta anche la presenza di una Platea dei Beni della Venerabile Chiesa di S. Rocco, rinvenuta nell’archivio comunale, è databile al 1769. Lo studioso non si sofferma sul contenuto di tale inventario, non considerandolo utile; l’aspetto che egli ci tiene maggiormente a mettere in risalto sono delle date rinvenute su due piccole campane.

La più piccola fra le due, non riporta il nome dell’offerente, ma reca su incisa la data del 1494.

Presente sull’altra campana è invece una dedica ecclesiae Sancti Rocci, nonché il nome del dedicatario: don Giuseppe de Fiore. L’aspetto di maggior interesse che presenta questa campana è però la datazione che vi è incisa, ovvero 1401!

Data tale indicazione, riportiamo il pensiero di Borrello: «ci pare di poter desumere che la chiesa di San Rocco è una delle più antiche del luogo».

L’antica chiesa di San Rocco, nel periodo a cavallo tra gli anni ’60 e’70 del Novecento, fu demolita, vista la pericolosa vicinanza con lo scorrere del fiume e per motivi legati alla rampante urbanizzazione dell’epoca. Laddove un tempo sorgeva la vecchia chiesa ora è possibile osservare un grande palazzone. A ricordo dell’antico santuario nel punto originario resta solo una statua votiva recante la data del 1987, posta in una teca e affissa su muro opposto alla sede originaria. Grandi furono i moti di delusione della popolazione e vibrante la protesta, tant’è che – forse per compensazione o scrupolo verso il sacro – una chiesetta nuova dedita al culto del pellegrino di Montpellier fu edificata in piazza Kennedy, al centro del complesso abitativo denominato Villaggio Kennedy, costruito dell’architetto Mario De Renzi, del consorzio INA Casa.

Questo episodio segnò profondamente la coscienza collettiva del popolo sambiasino, tanto che il suo cantore per eccellenza, il poeta dialettale Salvatore Borelli raccolse tali moti emotivi in alcuni suoi versi:

[…] ‘U bruttu vèni mò, ccu ‘stu zziànu mia!

Jìa ‘n cèrca ‘i pìgni e gghjìasa e ‘un lli vidìa.

Parìa ‘na tìrga, ‘i dìanti ‘i sdirruzzàva

Quandu ha bidùtu ‘a gghjìasa cha mancava.

«Fhànu palazzi… e nnùllu ‘ha carculàtu,

pòvaru Santu Rùaccu hànu sfrattàtu!

I Santi cchju ‘mpurtànti nissùnu ‘ha gimintàti,

su’ fforti, cchjù sintùti e affibbiàti!

Rùaccu ccu llu jinùacchju ‘un s’ha rijùtu

Ed ogni ventarìallu l’ha putùtu».

U fhòrti l’hànu sempri… rispittàtu,

u cani ha muzzicàtu a llu strazzàtu!

La costruzione del suddetto palazzo che sorse al posto della chiesa non fu semplice, subì infatti forti ritardi e incidenti; altrettanti difficoltà interessarono direttamente la famiglia dei proprietari dell’attuale palazzo. Questa serie di imprevisti fece pensare alla popolazione quasi a una vendetta, o comunque un impedimento, da parte del Santo che si era visto sfrattato dalla propria secolare dimora. Per molto tempo i lavori di costruzione furono fermi, solo di recente si è giunti a una definitiva ristrutturazione dell’immobile.

Questo clima di suggestione e superstizione, trovava un già fitto sostrato di leggenda sempre imperniato sui luoghi in esame.

Vox populi, infatti, vuole che antichi rituali di iniziazione alla picciotteria locale fossero svolti proprio presso la chiesa di San Rocco. Uno in particolare è legato al periodo del brigantaggio, fenomeno che ha avuto nel nostro territorio una decisa presenza, come testimoniano le vicissitudini del brigante Lorenzo Benincasa.

Tornando al rituale iniziatico, questo era atto a saggiare coraggio, audacia, sfrontatezza nonché l’obbedienza agli ordini dei nuovi accoliti della banda. Esso consisteva nel recarsi di notte – le notti di allora, nelle quali l’unico bagliore che rischiarava la strada erano la luna e le stelle – di fronte al santuario di San Rocco e una volta giunti innanzi al portone della chiesa, estrarre da una borsa un martello e un grosso chiodo: la prova (segretamente sorvegliata dai “padrini”) consisteva nel conficcare il chiodo completamente all’interno del legno del portone; durante le martellate andava recitata la seguente formula: Ti ‘nchijuavu e ti schijuavu ma ‘i cca ‘unn mi muavu!

L’umidità della notte appesantiva le vesti lise, mentre ombre allungate affondavano nel freddo fulgore selenico. I racconti dei paesani – quasi rasentando la blasfemia – raccontavano di manifestazione fisiche di San Rocco, il quale, nascosto nel buio, con urla, calci, morsi e strattoni metteva in fuga i malintenzionati dalla propria dimora.

Causa povertà e aspirazioni troppo rampanti, molti giovani si affacciavano ai nuclei di briganti dell’epoca. Diversi giovani si rifiutarono di sottoporsi alla prova per paura dell’ira del Santo, alcuni scapparono soltanto dopo aver appena poggiato il chiodo al sacro uscio, altri superarono la prova. Pare che uno di questi tanti giovani fu rinvenuto il mattino seguente privo di vita di fronte il portone; anziché essere accasciato in terra però, il corpo fu ritrovato in una strana posizione semi eretto con un braccio teso, attaccato al portone. La ricostruzione dei fatti evidenziò come il giovanotto, nella buia notte, con la fretta di finire il rituale, suggestionato dalle voci che si rincorrevano, intimorito dai rumori del buio, inavvertitamente infilzò col chiodo la manica della propria camicia affiggendola al legno. A lavoro ultimato, nel tentativo di fuggire via velocemente si sentì trattenere dal braccio, pensando alla rivalsa del santo, materializzatosi per vendicare l’onta della profanazione o credendo di essere stato catturato da uno spirito emerso dalle fosse funebri delle vicinanze, il cuore non gli resse e cadde a terra come corpo morto, con il braccio affisso al sacro portone.

Una storia che fra principi religiosi violati, iniziazioni profane, condotte di vita dedite al malaffare, mostrano come a subirne le conseguenze maggiori, in fondo, siano sempre gli umili, disposti a tutto pur di cambiare in meglio la propria vita.

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