Vana Attesa: la prima (auto)pubblicazione di Franco Costabile

Vana Attesa: la prima (auto)pubblicazione di Franco Costabile

Tante volte nelle nostre attività abbiamo ricordato la figura e la poetica di Franco Costabile, poeta calabrese nato a Sambiase nel 1924 (nel 2019, nel 95° anniversario della sua nascita, il movimento culturale Dorian – la cultura rende giovani, dal sottoscritto ideato e diretto, ha organizzato una serata per ricordare il poeta prematuramente scomparso nel 1965: La Rêverie degli Ulivi).

I versi di Costabile vengono ricordati in quanto fedele rappresentazione della Calabria e della calabresità. Nei suoi versi – nella capacità di realizzare vivide e concrete immagini tramite la parola – è palpabile la sofferenza dei meridionali, una sorta di negativa smania, di farneticante e inconcludente risacca continua che li spinge – proprio come una canna palustre, un virgulto o un tenero fuscello – a piegarsi al volere e alla volontà dell’ostro che li costringe a chinare la testa e a sottostare all’imposizione forzata e autoritaria.

Una vera epopea sociale è quella raccontata nel Canto dei Nuovi Emigranti (1964) componimento che confluirà in Sette piaghe d’Italia (Nuova Accademia, Milano, 1964), raccolta ideata da Giancarlo Vigorelli, nella quale confluiscono varie voci (Bernari, Sciascia, Mastronardi, Rea, Troisi, Zanzotto e, per l’appunto, Franco Costabile) di questa Italia post bellica, smarrita nella crisi degli ideali. A parlare è la Calabria, lingua di terra tra due mari, percorsa per la sua lunghezza da rilievi montuosi aspri e brulli, a parlare sono i figli di questa terra: i calabresi, costretti a dover partire, ad abbandonare anzitempo e controvoglia la propria madre, a recidere quel cordone ombelicale fatto di terra, zappa e vigna, per cercare fortuna nella acciaierie tedesche o nelle miniere belghe.

E questa Calabria è in fondo una terra martoriata qualsiasi: qualunque terra abbia creato emigrazione – sia essa nel Mediterraneo, in Medio Oriente o nel continente asiatico – avrà sempre visto e pianto l’immagine di figli “battezzati dannati”, di “figli appena nati inchiodati nella madia”, di figli che troppe volte hanno ascoltato “il nome Calabria, il nome disperazione”.

Gli abitanti di ogni terra d’emigrazione si saranno sentiti sempre “le giacche appese nelle baracche dei pollai d’Europa”; popoli che – seppure “Senza un’idea dei giorni delle ciminiere degli altiforni” – ben conoscono la loro condizione: “Siamo i marciapiedi più affollati. Siamo i treni più lunghi. Siamo le braccia le unghie d’Europa. Il sudore Diesel. Siamo il disonore, la vergogna dei governi. […] Siamo l’odore di cipolla che rinnova le viscere d’Europa”.

L’universalità del messaggio sociale della poesia costabiliana è incontrovertibile. La maggior parte dei suoi componimenti, infatti, seppur possano spesso riferirsi a persone e dinamiche reali del paese di tanti anni fa, hanno sempre un secondo livello di lettura che consente loro di essere sovrapponibili alle sofferenze di ogni latitudine.

Ciò è riscontrabile in special modo nella sua seconda raccolta poetica, quella che, in fondo, lo ha reso più celebre, La rosa nel bicchiere, silloge che include il componimento omonimo, il quale accosta “a scialli neri il tuo mattino di emigranti” ma ci offre anche l’immagine di una Calabria di “polvere e more”, di una Calabria “abbazia di abeti”, di una Calabria che ha per cuore un arancio, “succo d’aurora”.

Questi riferimenti botanici sono il tramite che ci consentono di spostarci alla sua prima raccolta poetica Via degli Ulivi. Raccolta di differente respiro rispetto alla successiva, ma che ci offre in misura maggiore alcuni di questi riferimenti arborei: subito in apertura troviamo “la piana celeste di ulivi”, da raggiungere per altri sentieri; gli ulivi come tempio d’amore “tu ed io nel sonno degli ulivi”, e poi i pini: punto d’arrivo di una corsa che scatena “la fragranza raccolta nei capelli”; pini dai quali “un po’ prima di sera si affaccia una stella a pescare sul lago”.

La positività, la felicità del momento, nell’immaginario simbolico del poeta di Sambiase sembra spesse volte ricongiungerci all’immobilità dell’albero, non in quanto incapace d’agire, ma in maniera positiva, in quanto inamovibile punto di riferimento, fonte di sicurezza e conforto.

Ed è proprio a un punto di riferimento mancato che egli dedica la la sua prima auto-pubblicazione. Siamo nel 1939, allorché un Franco Costabile quindicenne decise a sua spese, di far stampare – su un sottilissimo fascicoletto – “Vana Attesa”. L’opera sarà pubblicata dall’editore Nucci di Nicastro; l’editore apporrà tale nota in copertina: “L’autore di queste pagine è un quindicenne senza pretese, ma ha solo l’animo inquieto e la volontà di giungere presto alla propria meta”.

L’opera sarà stampata il 20 gennaio 1939, mentre la poesia reca su scritti luogo e data: “Sambiase (Catanzaro) 12 gennaio XVII (ovvero il 17° anno dell’era fascista).

L’opera reca anche una dedica: “ A S. A. R. [Sua Altezza Regale] Il Principe di Piemonte come pegno della mia immutabile fedeltà di italiano: Francesco Costabile”.

I 38 versi del componimento, quasi tutti endecasillabi, hanno però come riferimento l’abbandono paterno che Franco e sua madre subirono dal padre Michelangelo. Costabile senior, infatti, abbandonò il tetto coniugale, in quanto il clima asfissiante del paese natio risultava troppo avaro per un giovane desideroso di affermarsi come Michelangelo. Egli dunque lascerà la Calabria per recarsi a Sfax, in Tunisia, dove insegnò francese, divenendo anche preside di un istituto scolastico. A nulla servirono i tentativi di mamma Concetta Gambardella, col piccolo Franco a seguito, di far tornare il marito a Sambiase, né tanto meno lei accettò di trasferirsi in un’altra nazione a seguito del marito.

La poesia senza senza grandi pretese ma composta già con buon mestiere, è d’impronta classica, con insistiti echi leopardiani. Il tessuto rispecchia lo stato d’animo del ragazzo e fa riferimento storico all’epoca fascista, epoca in cui egli, come gli altri coetanei, sono affascinati dai nuovi ideali classici e imperiali.

Si riporta qui una considerazione di Tonino Iacopetta, inclusa in Calabritudine: «Comunque, nel testo, in cui il giovanissimo esordiente poeta (siamo nel 1939, quando l’Italia mussoliniana ha già il suo impero) professa la sua fede di italiano per il “risorto impero”, dato anche che il padre si trova in “Tunisia che Roma dominò”, la dedica al Principe di Piemonte presuppone un ausilio per fare rientrare il padre, essendo questo un fatto che accadeva spesso allora, se succedeva che qualche italiano, allontanatosi dal paese per motivo di lavoro non avesse poi più dato notizia di sé alla famiglia rimasta in patria. Una qualche autorità sarebbe servita allo scopo di recuperare il fuggiasco, specie se poi costui sia residente in un luogo del “risorto impero”. D’altra parte, Costabile padre, sia pure raramente scriveva, alla moglie Concettina, che accoglieva la posta del marito lontano con vero giubilo; il ragazzo, tutto sommato, se da una parte condanna il gesto paterno dall’altra è un fervente ammiratore dello stesso padre, che ora vorrebbe imitare nella riuscita negli studi e persino superarlo; conflitto dunque e competizione».

Certo, ad ingigantire gli effetti del trauma del bambino, a enfatizzare la sua condizione di senza padre, contribuisce anche l’ambiente ristretto del proprio paese, in cui i valori più condivisi sono proprio quelli della famiglia, possibilmente patriarcale, e della proprietà.

Tonando al fascicoletto (che è stato possibile consultare presso la biblioteca De Nobili di Catanzaro), esso consiste in una sorta di cartellina in cartoncino color arancio, sulla quale in copertina figurano titolo, autore, editore e nota degli stessi già riportata in precedenza. La seconda pagina della suddetta cartellina riporta le prossime pubblicazioni – “imminenti” e “in preparazione” – dell’editore Nucci presso la tipografia Numistrana di Nicastro.

Il componimento poetico è stampato su un foglio (dalle dimensioni di un A4 posto in orizzontale e piegato nel mezzo) di carta sottile, con titolo al centro in testa, al mezzo la dedica di cui sopra e la data in basso.

Sulla terza (ed ultima stampata) pagina della cartellina color arancio vi è la data della fine delle operazioni di stampa “ il 20 gennaio 1939 – XVII” e la dicitura “proprietà riservata”.

Al seguente link è possibile visionare il video con l’approccio fisico diretto al fascicolo: clicca qui.

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