La porta alchemica di Roma, quella di Lamezia e la memoria di Eleonora de Fonseca Pimentel

La porta alchemica di Roma, quella di Lamezia e la memoria di Eleonora de Fonseca Pimentel

Nel cuore di Roma, nel quartiere Esquilino, si trova piazza Vittorio Emanuele II, al suo centro vi è un vasto giardino, alle cui estremità settentrionali si ergono le maestose ma decadenti rovine del ninfeo di Alessandro Severo.

Il quartiere presenta anche alcune ville medievali, come Villa Montalto, proprietà privata del Papa Sisto V, accanto ad essa, nella metà del ‘600, sorse Villa Palombara, di più modeste dimensioni.

Il proprietario della villa, il marchese di Pietraforte Massimiliano Savelli di Palombara, era molto affascinato dalle scienze esoteriche che lo stesso praticava. Nella sua dimora organizzò vari incontri con personaggi che condividevano i suoi stessi interessi, come la principessa Cristina di Svezia. Questi incontri si verificavano in un ambiente attiguo alla villa, una sorte di laboratorio dove prendevano vita i rituali e gli esperimenti alchemici.

Un giovane medico milanese Giuseppe Francesco Borri, fortemente interessato all’occultismo, si unì al circolo di Villa Palombara.

Secondo una leggenda Borri si presentò alla villa come un pellegrino. Il “pellegrino” dimorò per una notte nei giardini della villa alla ricerca di una misteriosa erba capace di produrre l‘oro, il mattino seguente fu visto scomparire per sempre attraverso una porta, ma lasciò dietro alcune pagliuzze d’oro frutto di una riuscita trasmutazione alchemica, e una misteriosa carta piena di enigmi e simboli magici che dovevano contenere il segreto della pietra filosofale.

Giuseppe Borri dovette davvero lasciare in fretta e furia villa Palombara, ciò avvenne quando sulle sue tracce si mise la Santa Inquisizione. Nella fretta della fuga dovete abbandonare un gran numero di pergamene sulle quali vi erano complesse formule che nessuno riuscì a decifrare, ciò spinse il marchese Palombara ad inciderle sul portale d’ingresso del laboratorio.

Secondo alcune congetture, le carte farebbero addirittura parte del famoso manoscritto Voynich, il libro più misterioso del Mondo”, come ebbe a dire il docente di filosofia medioevale Robert Brumbaugh

Purtroppo villa Palombara nella seconda metà dell’Ottocento, con i nuovi lavori di riqualificazione del quartiere, venne quasi completamente distrutta, di essa si salvò solamente il portale d’ingresso, ora collocato in piazza Vittorio Emanuele e noto ai più come Porta Alchemica.

Durante il XX secolo, la porta venne leggermente spostata dalla posizione originale e posta alle spalle delle rovine del ninfeo sopracitato, racchiusa da una cancellata metallica.

La porta consiste in un piccolo portale ora murato, contornato da uno stipite di pietra bianca ricoperta da simboli alchemici e affiancata da due misteriose statue.

Sopra al portale è presente un disco di pietra contente la sovrapposizione di due triangoli che costituiscono la stella a sei punte del re Salomone, contornata dal motto: tria sunt mirabilia deus et homo, mater et virgo, trinus et unus (tre sono le cose mirabili: Dio e l’uomo, la Madre e la Vergine, l’uno e il trino).

Un cerchio (con al centro un oculus, simbolo alchemico che rappresenta il sole e l’oro) sormontato da una croce è sovrapposto alla stella e reca un altro motto: centrum in trigono centri (il centro è nel trigono del centro).

Sula parte alta dello stipite una scritta in ebraico recita: “spirito divino”. Subito sotto un riferimento mitologico: Il drago dell’Esperide custodisce l’ingresso dell’orto magico e senza Ercole Giasone non avrebbe assaggiato le delizie della Colchide (Horti Magici Ingressum Hesperius Custodit Draco Et Sine Alcide Colchicas Delicias Non Gustasset Iason ).

Sui montanti laterali, invece, vi sono i simboli dei pianeti in associazione ai metalli, alternati a vari motti:

  • Quando nella tua casa corvi neri partoriranno bianche colombe, allora tu potrai dirti saggio (Quando In Tua Domo Nigri Corvi Parturient Albas Columbas Tunc Vocaberis Sapiens);

  • Il diametro della sfera, il tau del cerchio, la croce del globo non servono ai ciechi (Diameter Spherae Thau Circuli Crux Orbis Non Orbis Prosunt);

  • Chi sa ardere con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa (Qui Scit Comburere Aqua Et Lavare Igne Facit De Terra Caelum Et De Caelo Terram Pretiosam);

  • Se farai volare la terra sopra la tua testa con le sue penne tramuterai in pietra le acque dei torrenti (Si Feceris Volare Terram Super Caput Tuum Eius Pennis Aquas Torrentium Convertes In Petram);

  • Azoto e Fuoco: sbiancando Latona, verrà Diana senza veste (Azot Et Ignis Dealbando Latonam Veniet Sine Veste Diana);

  • Nostro figlio, morto, vive, torna re dal fuoco e gode del matrimonio occulto (Filius Noster Mortuus Vivit Rex Ab Igne Redit Et Coniugio Gaudet Occulto ).

La parte bassa della porta reca l’incisione: È opera occulta della vera persona saggia aprire la terra, affinché faccia germogliare la salvezza per il popolo (Est Opus Occultum Veri Sophi Aperire Terram Ut Germinet Salutem Pro Populo).

Mentre proprio sulla soglia vi è inciso: SI SEDES NON IS, che, se letto normalmente, significa: Se siedi non vai, ma se letto da destra a sinistra – la frase è quasi palindroma – il suo significato è: Se non siedi vai.

Le due bizzarre statue poste ai lati della porta non facevano parte della collezione del marchese ma furono aggiunte successivamente, esse rappresentano una divinità egizia chiamata Bes, assai venerata a Roma durante l’età imperiale.

La leggenda narra che chiunque riesca a pronunciare le incisioni nell’ordine giusto e perfettamente, possa attraversare la porta e probabilmente recarsi in un’altra dimensione e/o tempo.

Oltrepassare la porta, dal punto di vista iniziatico allude all’evoluzione spirituale, all’accesso ad un grado di conoscenza superiore, al raggiungimento della verità. La porta evoca un passaggio, un punto di collegamento fra l’esterno e l’interno o fra dimensioni diverse. Per questo le porte dei templi in numerose tradizioni sono protette da spiriti guardiani, da divinità, santi o mostri, attenti a far accedere alla sapienza solo i puri di cuore.

La Porta Alchemica è la soglia che l’iniziato deve oltrepassare per accedere al cammino, essa è la raffigurazione della volontà interiore che lo spinge al perfezionamento (Se siedi non vai). Tale trasmutazione interiore si esplica con la mutazione della materia più rozza ed elementare che, via via che si eliminano le impurità, termina con il raggiungimento dello stadio di purezza più alto.

A Lamezia Terme, nella zona di Sambiase, vi è anche una sorta di porta alchemica, la quale seppur non decorata da simboli particolari e motti ermetici, manifesta una palese affinità con i caratteri architettonici della porta dei Cieli romana, nonché una ravvisabile somiglianza.

Questo piccolo portale costituito da una struttura in pietra bianca, ha al suo interno una lastra nera come la corrispettiva romana, simbolo dell’ingresso in una materia oscura, ostica e sconosciuta. Di ispirazione probabilmente massonica, tale supposizione viene avvalorata dalla forma piramidale nella quale la struttura della porta è incastonata.

Accanto al monumento vi è la stele del committente, che reca tale incisione (oramai quasi illeggibile): “Scrisse di Libertà, per essa morì. A donna Eleonora l’ordine dei giornalisti di Calabria questa Epigrafe dedica”. La data dell’epigrafe è quella del 26/07/2007

Una stele reca l’incisione di una citazione virgiliana: Forsan et haec olim meminisse iuvabit (Forse un giorno ci farà piacere ricordare anche queste cose), queste furono le ultime parole pronunciate in vita dalla dedicataria del simulacro in questione: Eleonora de Fonseca Pimentel.

Mariano D’ayala di lei disse: “La bella Eleonora Fonseca, la quale riunì alle grazie di Saffo la filosofia di Platone, stimata dal Voltaire e dai letterati del tempo, vive e vivrà eternamente; morirono per sempre i Borbone di Napoli”.

Donna di lettere, intellettuale, giornalista, poetessa, scrittrice, politica, rivoluzionaria, fece parte dell’Accademia dei Filateti sotto lo pseudonimo di Epolinfenora Olcesamante, anagramma del suo nome. Dopo pochi mesi venne accolta nell’Arcadia con il nome di Altidora Esperetusa. Riuscì da sola ad inserirsi nel gruppo di intellettuali, filosofi e giuristi che sostenevano l’abbattimento dei diritti dello Stato Pontificio sul Regno di Napoli e delle ingiustizie sociali inflitte alle classi meno agiate dalla monarchia dei Borboni.

Eleonora, una donna settecentesca su cui tanto si è scritto, tanto da farla apparire nella letteratura giacobina, una martire santificata e sacrificata per la causa rivoluzionaria, mentre in quella borbonica un’esaltata mentale, senza mezzi termini, un esempio negativo di donna che pur di fare storia ha sacrificato se stessa, dissacrando con un divorzio i canoni di una donna rispettabile: marito, chiesa e sacra famiglia.

Divenne – cosa quasi impensabile all’epoca per una donna – il direttore del giornale ufficiale della Repubblica Napoletana: il Monitore Napoletano, il giornale del governo rivoluzionario. Dai suoi articoli emergeva un atteggiamento democratico ed egualitario.

Una donna vissuta in un tempo che non le apparteneva, come un personaggio venuto dal futuro e costretto a vivere nel passato. Una donna coraggiosa, fortificata dalle sofferenze di una vita di coppia infernale, un figlio mancato, un qualche amore impossibile serbato nel cuore, una donna a cui quella vita non diede modo di realizzare i desideri più dolci, ma le concesse di morire libera e sola, nella sua individualità di donna fuori da quel tempo.

Nel giugno del 1799, la Repubblica Napoletana fu rovesciata, la Monarchia restaurata e la Pimentel catturata. Eleonora fu impiccata a Napoli, nella storica piazza del Mercato, il 20 agosto 1799. Salì al patibolo con coraggio, senza accettare la benda davanti agli occhi che veniva messa ai condannati.

La penna è stato l’unico dono concessole; la penna, l’unica arma che lei seppe usare alla stregua di una spada.

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