L’odore assordante del bianco: Alessandro Preziosi è Vincent Van Gogh al Grandinetti di Lamezia Terme

L’odore assordante del bianco: Alessandro Preziosi è Vincent Van Gogh al Grandinetti di Lamezia Terme

Chiunque trovandosi di fronte alla locandina di uno spettacolo teatrale dedicato a Vincent Van Gogh tenderà subito a immaginare girasoli, notti stellate, linee sinuose e curve che si rincorrono ma soprattutto colori. Non si può infatti pensare al genio pittorico olandese senza subito avere nella mente le miriadi di colori che le sue pennellate hanno impresso con uno stile totalmente unico su tele preziosissime.

Eppure la scenografia di questo spettacolo teatrale, coprodotto da Khora Teatro e Teatro Stabile d’Abruzzo con la regia di Alessandro Maggi, andato in scena al Teatro Comunale Grandinetti di Lamezia Terme lo scorso 5 febbraio, inquadrato nella stagione teatrale organizzata da AMA Calabria e che ha come protagonista un superbo Alessandro Preziosi, decisamente coinvolgente nella sua interpretazione carica di empatia, è totalmente bianca e neanche un bianco pulito, puro, casto, immacolato, purificatore, tutt’altro: è un bianco fosco, opaco, livido, il bianco caratteristico dei sudari oppure delle camicie di forza.


Nell’aspetto scenografico, infatti, emerge con tutta la sua potenza il sottotitolo dello spettacolo “L’odore assordante del bianco”: il genio pittorico nato a Zundert, si trova infatti rinchiuso in una camera – quasi una cella – dell’ospedale psichiatrico di St. Paul, dove è stato rinchiuso in quanto, come recita un’iscrizione sulla porta della sua stanza, “socialmente placido”. Non si raccontano infatti, in questo spettacolo, le capacità artistiche di Van Gogh bensì la sua vita travagliata, una vita che finché è stata vissuta mai gli ha visto attribuire i giusti meriti, che la storia gli conferirà in seguito: mai in vita fu osannato come artista, ma rinchiuso come folle.

La vibrante interpretazione di Preziosi fa sentire tutta l’instabilità di questa geniale mente, fa percepire i dubbi – in quegli ultimi sprazzi di lucidità – insinuati dal non riuscire più a distinguere se ciò che vede sia effettivamente qualcosa di concreto o sia solamente una elaborazione della propria oramai deviata mente.


E così il buon Vincent immagina di discutere con il fratello, di raccontargli dell’infanzia, dei loro giochi, e questi s’impegna di farlo uscire firmando la liberatoria che gli consentirà finalmente di divenire un uomo libero, ma tutto ciò è solo un sogno, una creazione della sua mente, una follia.

A dare realmente sollievo all’uomo Van Gogh saranno i metodi rivoluzionari del direttore di St. Paul, che non tenterà più di smorzare le visioni del paziente con infiniti bagni gelidi, bensì discuterà con il paziente e gli metterà a disposizione tele, colori, lo farà sfogare affinché possa esprimere i traumi infantili legati alla figura paterna che si celano dietro quella fragilità.

Sensazioni, emozioni vibranti che si insinuano sotto la pelle dello spettatore, che resta ammaliato da ciò che vede sulla scena tanto da non capire quando è il momento giusto per applaudire. Quando alla fine, però, il sipario si chiude gli applausi sono fragorosi, la standing-ovation del teatro Grandinetti esaurito in ogni ordine di posto celebra un immenso tributo a questa compagnia, a questi attori che hanno saputo rendere magistralmente non la figura del pittore Van Gogh bensì dell’uomo Vincent.

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