Miseria e Nobiltà: Lello Arena di scena al Grandinetti di Lamezia Terme

Miseria e Nobiltà: Lello Arena di scena al Grandinetti di Lamezia Terme

È andato ieri in scena, per la rassegna Vacantiandu ‘19/20, promossa dall’associazione teatrale I Vacantusi, presso il Teatro Grandinetti di Lamezia Terme, un classico senza tempo dall’arte commediografa napoletana: Miseria e Nobiltà di Eduardo Scarpetta.

Lo spettacolo di ieri, prodotto dall’Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro e diretto da Luciano Melchionna, ha fatto registrare il sold-out per il teatro lametino, che ha applaudito, riso, si è commosso innanzi a quanto magistralmente interpretato dai brillanti attori sulla scena.

In questo cast, che ovunque sta riscontrando ottimi successi di pubblico, l’elemento di maggior spicco è senza dubbio Lello Arena, uno dei massimi maestri della commedia napoletana. In quest’opera Lello Arena interpreta Felice Sciosciammocca, ruolo che nell’arcinota trasposizione cinematografica fu del principe della risata: Totò.

Aprendo un paragone con la nota versione cinematografica, possiamo notare come vi siano alcune differenze: ovviamente un’attualizzazione della commedia stessa con alcune intromissioni di modernità, le quali però non disturbano il canovaccio canonico.

Diversa è la iconica scena del pranzo e degli spaghetti che Totò mette addirittura in tasca, mentre è intento a inscenare un balletto sul tavolo – dove per la troppa fame era salito – nel tentativo di evadere le domande del cuoco; nella rappresentazione con Lello Arena questa scena non ha comicità, bensì un tono quasi drammatico, con il nobile signorino che, con arroganza e noncuranza, dall’alto getta degli spaghetti sconditi: le mani avide degli affamati si gettano su quel cibo, mentre tutta la scena si oscura, inghiottita da una musica ad alto volume che ha l’effetto del tuono che per paura ti chiude gli occhi, impedendoti di vedere un desolante spettacolo.

Altra differenza è, infatti, la natura della risata provocata: una risata che risulta sempre un po’ opaca, affranta, che non si completa mai in un’ilarità assoluta; non vi è come nel film il totale inabissarsi nel divertimento beffardo della gag ma la mente resta sempre ancorata alla miseria della povera gente, agli abiti lisi, alla polvere, ai pochi averi da impegnare, a chi abita case site nei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi (per citare un altro artista che i vinti li ha più volte cantati).

Miseria e nobiltà, contrasto dicotomico che viene scenicamente riprodotto da questa sovrapposizione dei set, dei due ceti, dei due strati sociali, dei due mondi. Sulla scena, nel secondo atto, vediamo infatti gli sfarzi della villa, con i lussi e i trilli per richiamare la servitù, i quali però poggiano sulla schiene della povera gente, sui rioni degradati dove è possibile vedere strisciare alcune creature cianotiche, che si fa fatica a ritenere umane.

Il mondo inferiore composto da spigoli e ostacoli che costringono letteralmente i loro abitanti a trascinarsi a terra per poter avanzare in esso, che obbliga i suoi abitué ad imparare a sopportare e soffrire, che abitua i suoi figli alla fame. Mentre in alto, nella nobilita dalle bianche pareti, dalle ampie finestre e dai grossi cesti di rose rosse, la fame non esiste, come non esistono i cenci e non sussiste l’esigenza del lavoro.

Sui temi di fame e lavoro una delle massime della commedia – che nella sua ilarità non rinuncia mai a trasmettere una forte etica morale – pronunciata da Peppiniello, scugnizzo che presto ha dovuto fare i conti con una delle leggi non scritte del mondo dei vinti: “ognuno deve pensare a sé”. Peppiniello, nell’abbandonare il comune tetto (o meglio solaio) familiare, inveisce contro il padre dicendo “un bambino non dovrebbe mai avere in mano strumenti da lavoro ma solo matite colorate”.

Quanta verità e quanta assoluta attualità in una semplice frase. Questo il segreto del classico: risultare sempre attuale ad ogni rilettura.

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